Il Riff del Lunedì: Kings Of Leon – Pyro

Mettete 3 fratelli che girano gli States al seguito del padre predicatore protestante.
Mettete un’educazione rigida e con regole ferree.
Mettete che tutto questo un giorno scoppia, la famiglia si disintegra in un divorzio dovuto a maltrattamenti del padre sulla madre e in una cantina di Nashville con un panetto di marijuana nascono i King of Leon formati dai 3 fratelli e loro cugino: tutti Mr Followill.
Gli opposti hanno fatto nascere questa band e nella loro musica si sente tutta la contraddizione dell’america dei giorni nostri in cui i buoni forse non sono poi così buoni
come sembrano.
La band agli esordi incappa in un’altra grande contraddizione: hanno di gran lunga più successo nel Regno Unito che in patria, cosa che li costringe a suonare molte più volte in UK che non a casa propria…ma si sa, ad intenditor poche parole (gli inglesi ne sanno moooolto di più di musica rispetto agli americani).
Nel loro Rock si sente il Sud degli USA, si sente il rapporto profondo e a volte malato con la chiesa protestante e il perbenismo dilagante, si sente anche il sudore, la polvere e il sangue che si mischia alla desolazione della povincia americana. Si sente la verità.
Anche scomoda a volte.
Il vento che influenza la band è quello del southern-rock, imbevuto di blues, con echi del rock anni 80 di band come U2 ed è un vento forte, teso che colpisce dritto in faccia, non lascia scampo.
Sezione ritmica ipnotica, chitarra arpeggiata e piena di pathos e su tutto a dominare la voce roca e ruvida del frontman Caleb creano il giusto equilibrio tra sussurro e grido che costruisce il marchio di fabbrica di questa band che ha venduto nel mondo più di 12 milioni di dischi.
Testo tormentato di un giovane che si vede schiacciato da moralismo e false regole imposte dalla società in cui vive, che lo guida ad una riflessione amara: brucio tutto ciò che ho intorno e vado per la mia strada, con i miei valori e le mie convinzioni: la morale tenetevela voi.
“Single book of matches, gonna burn whose standing in the way”
E riprende con:
“I won’t ever be your cornerstone
I don’t wanna be holding on”
Non voglio essere il capro espiatorio, non voglio appoggiare le vostre convinzioni,
non voglio partecipare a questo spettacolo:
“Once the show gets started its bound to be a sight to see”
Il mondo non è perfetto come ci dicono, quindi meglio bruciare tutto ed andare per la propria strada: ribellione, disillusione, lucidità, sta tutta qui l’essenza del messaggio che Caleb grida dentro al microfono.
E allora stamattina entrate nel solito bar e il caffè bevetelo amaro che sicuramente vi farà sentire un po’ più lucidi e vi addolcirà un po’ meno la giornata…e forse vi farà vedere il mondo un po’ meno bello e dolce di come a volte viene dipinto.
Stay Rock and play this music Loud!

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!


Il Riff del Lunedì: Jack Jaselli – Out of comfort

Il suono leggero delle onde, il soffio delicato del vento della sera, lo sguardo
che guarda lontano, un fuoco, una spiaggia, un tramonto tinto di rosso acceso
e la consapevolezza che questa canzone arriva dritta in fondo al cuore di chi ascolta.
Jack Jaselli, all’anagrafe Giacomo Giaselli, è italianissimo, di Milano, ma ha deciso di girare il mondo per viverci dentro, mentre scrive e suona canzoni in compagnia di 2 suoi vecchi amici che suonano con lui alla chitarra e alle percussioni.
E poi sta cosa che uno per fare buona musica deve per forza essere americano o
inglese…. ma chi l’ha detto??? Eccone la prova: voce potente e profonda, inglese
perfetto, trame sonore che pescano a piene mani nella tradizione folk, e un ingrediente
che nessuno ti procura…. Jack arriva laggiù in fondo dove deve arrivare con le sue canzoni: in fondo all’anima.
Giramondo, girovago che per mantenersi e produrre il suo primo disco, completamente da solo senza appoggio di case discografiche, arriva a lavorare in un centro di biologia
marina e a riparare resistenze, fino ad ottenere pure una laurea in filosofia.
Insomma il ragazzo si è rimboccato le maniche e alla fine, da solo, ce l’ha fatta, è al terzo disco e finalmente il suo nome comincia a farsi sentire, meritatamente perchè ci sa fare, ma tanto eh! E mica uno a caso si trova a suonare con Mr Ben Harper o Fink….e quest’anno una sua canzone è dentro la colonna sonora del film di Gabriele Muccino, L’ Estate Addosso.
Il mondo del surf va a braccetto con una parte della musica di Jack e la passione
per la tavola traspira in tutta la sua produzione, dalle sonorità fortemente influenzate
da quel surf-folk che hai in Jack Johnson e Jason Mraz i suoi esponenti più conosciuti.
Ma il nostro strizza l’occhio spesso al funky e al rock diretto e sanguigno alla Lenny Kravitz, pescando anche a piene mani dal rock anni ’80 dei primi U2….insomma, un bel concentrato di cose buone sapientemente centrifugate e servite sul piatto delle esperienze di vita che il nostro si è fatto in giro per il mondo: bello, bello,bello!
Il testo è il complemento perfetto alla musica del nostro eroe:
“Out of the comfort is where we all should be
‘cause a love asking for guarantee”
Questa frase basta a spiegare la verità che milioni di libri, saggi, scritti cercano di
dirci: L’ amore non dev’essere comodo, statico, fermo, l’amore si muove e dobbiamo tenerlo sempre in movimento perchè l’amore ha bisogno di continue conferme e garanzie.
Semplice, 2 righe, lineare, con sotto al culo un tappeto sonoro fatto di chitarra
folk sapientemnte pizzicata: si chiama essenza, e in pochi ci arrivano.
La potenza dei sentimenti descritti in una relazione in continuo mutamento, dal litigio alla pace, dalla mancanza al rifugio sicuro:
“Make us fall in and out of grace
what keeps you warm at night
what keeps cold in middle of the zone
and we all make ammend sometimes
and we all breaks bend sometimes
‘cause  out of the comfort is where we live and not survive”
Perchè la “zona di sicurezza” in cui viviamo ci impedisce di vivere le cose più belle,
perchè dentro la nostra “zona” sopravviviamo, non viviamo.
E allora stamattina usciamo dall’abitudine, dalla nostra “zona di sicurezza”:
invece che andare al bar, il caffè facciamolo a casa con la moca , con un giornale davanti, i piedi scalzi sul terrazzo e il vento fresco del mattino che ci accarezza.
E passando davanti al solito bar facciamo un saluto al barista col ghigno di chi stamattina sa di essere migliore, di aver cambiato, di essere out of comfort.
Su il volume, dritte le orecchie e l’anima pronta ad accogliere questo bellissimo pezzo.

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Il Riff del Lunedì: Twenty One Pilots – Ride

Eccoci di nuovo! …pensavate eh che non vi avrei più rotto le palle?!?!?
Invece: si riparte con il Riff del Lunedì.
E si riparte forte con una band americana di Columbus, Ohio, nel nord-est
degli States, ad un fiume di distanza dal Canada e non troppo distante dalle influenze della Big-Apple.
Twenty one pilots è il nome dato dal leader, Tyler Joseph, alla band, ispirandosi alla sceneggiatura di uno spettacolo teatrale (All my songs) dove si narra la storia vera di un imprenditore statunitense che fornisce all’esercito americano motori per aerei militari
difettosi pur di proteggere il suo business e la sua famiglia….provocando la morte di 21 piloti dell’areonautica a stelle e strisce durante la seconda guerra mondiale.
Inizialmente la band era formata da 3 compagni di college, poi rimane solo il leader e il gruppo diventa un duo con l’entrata del batterista Josh.
La ricetta è servita: prendete un po’ di reggae, mettetelo in un frullatore con un po’ di rap, ska e di elettronica e miscelate il tutto. Versate in un bel bicchierone alto, cannuccia di un bel colorino flash, ghiaccio e giù!
Risultato energico, energizzante, potente, atomico: già dall’attacco si batte il piedino
per terra….si dondola sulle gambe trascinati dalla percussione mirabolante della
batteria del buon Josh.
Tanta, tanta elettronica dosata e usata nella giusta maniera stende il tappeto sonoro
al ritmo tipicamente reggea (l’attacco e alcuni punti ricordano “lievemente” i Police
del buon vecchio Sting), per poi aprirsi ad un ritornello molto rock, quasi alla Linkin Park.
Parte “polleggiato” stile ballad il pezzo, cambia nel ritornello rock e poi fa il miracolo nella seconda parte con l’attacco rabbioso delle parole alla velocità della luce del Rap,
ri-poi, dopo aver fatto il primo di miracoli ne fa un altro, rallentando spaventosamente all’ingresso della terza strofa. Su le mani e giù l’inchino. Più di così cosa chiedere?
Tyler strilla, urla, sussurra, ammicca, mangia parole e ti stende sotto i colpi del
testo che inneggia al fatto di come sarebbe bella la vita senza problemi, magari al sole di una bella spiaggia tropicale: la vita è difficile, ma ogni tanto fantasticare su come sarebbe bella senza problemi non è mica brutto eh…
Il viaggio della vita verso la morte rappresentato dal racconto di un ragazzo che ci dice che se siamo diretti tutti li non è poi il caso di correre troppo, e di prendersi del tempo, per sè stessi.
La corsa (del titolo Ride) vista dai due lati: quella della vita mentre accade, scorre e l’altro lato quello della corsa inesorabile che conduce verso la morte.
“I’d die for you,” that’s easy to say
We have a list of people that we would take
A bullet for them, a bullet for you
A bullet for everybody in this room
But I don’t seem to see many bullets coming through”
Siamo disposti con così poco tempo a sacrificarlo per gli altri?….siamo disposti a prendere una pallottola per qualcun’altro? Alla fine però il nostro dice che poi tanta gente in giro che spara non c’è….ribaltando di fatto la domanda e la conseguente risposta:
“I’m falling so I’m taking my time on my ride”
Sto cadendo? E io mi prendo del tempo per mealla faccia di tutti gli altri.
Se, Se, Se….tanti se in questo testo che rispecchia la confusione di un ragazzo che vive
in un mondo frenetico che lo tira per la giacchetta e dal quale vuol prendere tempo:
dietro l’apparente spensieratezza questo pezzo nasconde un discorso abbastanza serio. Per chi lo vuole leggere tra le righe.
Allora: mattina di lunedì con ancora sulle spalle lo zainetto delle vacanze che spinge sulla schiena e ci fa pesare un pò di più questo inizio settimana; ma noi abbiamo dietro
le chiappe questa musica e qundi baldanzosi e fieri andiamo verso il barista e gli ordiniamounbelcaffèforteecarico, tutto attaccato come se rappassimo, che
ci darà una bella spinta per arrivare con l’abbrivio fino a Venerdì! Via!
Schiacciate il pulsante play sul video, alzate tutti i volumi che avete al massimo, chiudete un po’ gli occhi e partite per la corsa (della vita): Ride. Buon Viaggio.

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Il Riff del Lunedì: Two Door Cinema Club – I Can Talk

Tutti in piedi sui tavoli, sulle sedie, sul divano o su quello che vi pare! E’ tempo di ballare!
Il vento che spira sull’Atlantico è regolare, forte, deciso e spettina i capelli
(ehm…quando non capovolge le barche);  investe l’Irlanda del Nord come un ciclone.
Da questo vento, che porta sempre cose nuove e spazza via le vecchie polveri, nascono
i Two Door Cinema Club.
A memoria d’uomo nessuna band Nordirlandese della cittadina di Bangor è mai
riuscita ad oltrepassare (come notorietà) il cartello di fine paese sulla strada statale che porta a Belfast, ma questi 3 ragazzi compagni alla Grammar School si sono messi in testa di conquistare prima il Regno Unito e poi il mondo intero….e non è che ci sono poi così lontani.
Chiarissime e lampanti le influenze: Cure, Smiths, Snow Patrol, Daft Punk, Phoenix; ormai dal vivo sono quasi una leggenda (vedere i loro video Live per credere)….del resto con un suond così chi resisterebbe a saltare e ballare?!?
Il terzetto di baldi giovani mischia, impasta, gira e rigira, suono elettronico con graffianti riff di chitarra sostenuto da un potentissimo Groove dai contorni elettronici e un bel bassone pieno di Boost..
Funk, psichedelia, un po’ di Disco, echi rock’n’roll ma sopratutto la capacità rara di fare musica seria senza prendersi per niente sul serio, del resto solo la cofana rossa del frontman è tutto un programma: sembra uscito da un telefilm americano anni ’80, eppure lui canta serissimo.
ah oh, ah ah oh, ah oh, ah ah oh… hey! hey!!  parte così il nostro pezzo per poi
impennare con l’elettrica tiratissima e la parte ritmica martellante al punto giusto da far saltare in piedi anche un bradipo.
Dentro, la voce precisa e potente del leader che si alterna fra falsetto e tono scuro
sfogando nel gelato tutta la potenza di cui è capace: adesso che posso parlare
son c…i vostri, recita il ritornello liberatorio a più voci.
“Now I can talk, no one gets off
(I know how you like to)
Now I can talk, no one gets off”
Il testo riporta la frustazione del protagonista costretto a subire il volere altrui
dettato dalle regole di buona condotta imposta da una società che spesso parla e giudica troppo, senza poi fare nulla di concreto.
E adesso che posso parlare nessuno mi può fermare, canta alla morte il nostro Alex Trimble ribadendo che non una parola in più dev’essere sprecata di quelle già dette.
“A longer sentence brings no more
Than one that I had said before
Nota finale del recensore: Il riff della Telecaster al minuto 2:01 di questo pezzo stride più di una forchetta strisciata su un piatto vuoto. Punto altissimo del pezzo!
Quindi. Arrivate saltellando al solito bar e con mossa danzante ordinate il caffè senza mai fermarvi, bevetelo muovendo l’anca e battendo il piede. I barista penserà che siete
pazzi (ma tanto con tutte quelle che vi ha visto fare in tutti questi lunedì probabilmente
lo pensa già da un po’ eh…).
Su le mani e ballate ogni tanto….che fa bene!
Stay tuned!

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Il Riff del Lunedì: Paper Bird – Blood and Bones

A Denver, Colorado, ci sono le montagne rocciose e d’inverno fa un freddo
biricchino: a scaldare le fredde giornate in questa metropoli al centro degli States ci
pensa questo sestetto, tre ragazzi e tre ragazze, che come nome si danno proprio
“uccellino di carta”, il quale idealmente sorvola le montagne, plana sulle sterminate
coltivazioni di grano dgli stati centrali e porta con sè il calore tipico della tradizione americana fatta di toni caldi e melodie avvolgenti.
Il loro primo EP esce nel 2007 subito seguito da un tour per tutto il paese che li porterà,
come moltre altre band Americane, a farsi le ossa su e giù per le infite Highways che attraversano in lungo e in largo gli USA.
E proprio il viaggio penetra nella loro musica attraverso le influenze che subiscono strada facendo, raccogliendo il blues e il Gospel dal sud, il soul e qualche nota jazzata dall’East-Coast,  e il folk dagli stati centrali. Su tutti non può comunque mancare la musica principe della tradizione americana: sua maestà il Country.
E allora giù di basso onnipresente e bello corposo, tris di voci femminili come headliner che si danno il cambio al timone oppure volano insieme a formare la spina dorsale del suono della band. Suono che attinge appieno dalla tradizione ma ne miscela i generi con
magistrale padronanza, andando dal nero profondo delle voci soul al bianco latte delle
voci tenui e lievi del pop più leggero senza mai stancare e tenendo i padiglioni auricolari appiccicati alle casse dello stereo!
A riprova di quello che dicevamo sopra, il sottotitolo di questo pezzo è The Road.
La strada, il percorso, il punto di partenza e di arrivo ma sopratutto il viaggio, le esperienze che facciamo durante la Strada: questo magnifico viaggio viene dipinto
in questa canzone che descrive in maniera dolce e calda il paesaggio tipico degli sterminati territori nord-americani con il fiume, il cielo, la città che non si ferma mai….proprio come metafora della vita: un viaggio infinito dove alla fine la vera forza sta nel sentirsi a casa ovunque.
“When your home Sweet home is everywhere you go”
Viaggio che serve a guardarsi dentro per capire che in fondo la vita può essere anche leggera se ci si guarda nel profondo per bene:
“But I’ll soon be knowin’
This old weight this alone this awesome side of me
And ohhhh (oh oh)
How sweet this life can be”
Il bel ricamo di chitarra blues che percorre tutto il brano sembra piazzato lì apposta
per farci accendere l’autoradio, sistemarci sul sedile, girare la chiave e partire…dove?
Non conta. Conta con chi e come.
Stamattina passate davanti al solito bar in cui vi fermate per prendere il solito
caffè ogni maledetto lunedì mattina….E tirate dritto! Alzate il volume su questo
bel pezzo e se volte mettete anche fuori dal finestrino il dito medio. Che il viaggio
di questa settimana abbia inizio! Good Luck Guys!
… e come diceva qualcuno di nota fama: On the Road Again…

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Il Riff del Lunedì: Wilco – Outtasite

Allacciate le cinture. Si decolla. Il pilota riceve dalla torre di controllo l’autorizzazione
ad alzarsi in volo e risponde “Wilco” che sta per will comply, un “ricevuto” che si usa proprio nelle procedure aeronautiche.
Siamo a Chicago nel bel mezzo degli anni 90 e dalle ceneri degli Uncle Tupelo
nascono i Wilco, segnati dalle fasi iniziali come gruppo alternative-country virano
successivamente le loro produzioni verso rock e sperimentazioni di vario genere.
Scrivono i loro testi ispirandosi ai classici della letteratura e seguendo il metodo
cadavre exquis dove i membri della band scrivono un verso a turno ma possono vedere solo il verso immediatamente precedente a quello da loro scritto e non tutta la
canzone…. Cosa ne esce? Fantasia pura ed un concentrato di esperienze di più persone
che si fondono in un’unico scritto.
Descrivere le influenze di questi giovini (ormai di una volta) in 9 album e vent’anni e passa di carriera finirebbe le righe di questo blog, comunque: dai Beatles ai Velvet Underground passando da Rolling Stones eTelevision…si pesca in pieno dai sixties e dai
primi settanta.
Le armi di questa più volte rimaneggiata (nei componenti) band sono le gibson tirate a
lucido, la batteria picchiata duro, il banjo, la lap-steel, il violino e qualsiasi altro
accidente che si possa suonare! Siamo di fronte ad un gruppo di Veri Musicisti!!
Lontano dagli occhi: il titolo la dice tutta su questo pezzo tiratissimo da inizio a fine in cui si narra la storia della fine di un amore e la reazione postuma di energia e ribellione
alla malinconia e alla tristezza che ne segnano comunque il dopo…
E allora:
“Outta mind outta site
Outta mind outta site
You don’t see me now
You don’t want to anyhow
Look out, here I come again and I’m bringing my friends
Look out, here I come again, I’m bringing my friends, o.k. alright o.k.
alright”
E’ facile non pensare più alla persona amata se è lontano dagli occhi e se stiamo
senza vederla, oppure come metafora del fatto che è facile non vedere se è giusto quello che abbiamo di fronte se non ci pensiamo...ma alla fine riusciamo davvero, anche se non l’abbiamo più davanti agli occhi, dimenticare un amore finito?La domanda del secolo!!…per alcuni probabilmente è davvero così o almeno c’è l’illusione che lo sia.
E allora partiamo con questo bel riff tirato fin dalle prime battute, con le chitarre
lasciate a briglia sciolta a far da padrone e la voce stridula e potente di Jeff Tweedy
a vomitare nel microfono tutta la rabbia e la ribellione ad un rifiuto sentimentale della
propria amata.
2minutie39secondi di adrenalina pura. Una pillola potente e dall’effetto immediato che
dà la carica che serve, accompagnata dal video con lo sky-dive che rende moooolto bene l’idea di fondo: Liberazione.
Ok, catapultatevi nel solito bar, bevete il caffè veloci e uscite senza guardare il barista in faccia…nemmeno per un secondo: Outta mind, Outta sight.
Ma ricordatevi prima di pagare sennò son c….i.
Stay Rock’n’Roll
Volume a palla almeno per questi 2:39 che poi tutta la giornata si viaggia al minimo.

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!