Il Riff del Lunedì: Two Door Cinema Club – I Can Talk

Tutti in piedi sui tavoli, sulle sedie, sul divano o su quello che vi pare! E’ tempo di ballare!
Il vento che spira sull’Atlantico è regolare, forte, deciso e spettina i capelli
(ehm…quando non capovolge le barche);  investe l’Irlanda del Nord come un ciclone.
Da questo vento, che porta sempre cose nuove e spazza via le vecchie polveri, nascono
i Two Door Cinema Club.
A memoria d’uomo nessuna band Nordirlandese della cittadina di Bangor è mai
riuscita ad oltrepassare (come notorietà) il cartello di fine paese sulla strada statale che porta a Belfast, ma questi 3 ragazzi compagni alla Grammar School si sono messi in testa di conquistare prima il Regno Unito e poi il mondo intero….e non è che ci sono poi così lontani.
Chiarissime e lampanti le influenze: Cure, Smiths, Snow Patrol, Daft Punk, Phoenix; ormai dal vivo sono quasi una leggenda (vedere i loro video Live per credere)….del resto con un suond così chi resisterebbe a saltare e ballare?!?
Il terzetto di baldi giovani mischia, impasta, gira e rigira, suono elettronico con graffianti riff di chitarra sostenuto da un potentissimo Groove dai contorni elettronici e un bel bassone pieno di Boost..
Funk, psichedelia, un po’ di Disco, echi rock’n’roll ma sopratutto la capacità rara di fare musica seria senza prendersi per niente sul serio, del resto solo la cofana rossa del frontman è tutto un programma: sembra uscito da un telefilm americano anni ’80, eppure lui canta serissimo.
ah oh, ah ah oh, ah oh, ah ah oh… hey! hey!!  parte così il nostro pezzo per poi
impennare con l’elettrica tiratissima e la parte ritmica martellante al punto giusto da far saltare in piedi anche un bradipo.
Dentro, la voce precisa e potente del leader che si alterna fra falsetto e tono scuro
sfogando nel gelato tutta la potenza di cui è capace: adesso che posso parlare
son c…i vostri, recita il ritornello liberatorio a più voci.
“Now I can talk, no one gets off
(I know how you like to)
Now I can talk, no one gets off”
Il testo riporta la frustazione del protagonista costretto a subire il volere altrui
dettato dalle regole di buona condotta imposta da una società che spesso parla e giudica troppo, senza poi fare nulla di concreto.
E adesso che posso parlare nessuno mi può fermare, canta alla morte il nostro Alex Trimble ribadendo che non una parola in più dev’essere sprecata di quelle già dette.
“A longer sentence brings no more
Than one that I had said before
Nota finale del recensore: Il riff della Telecaster al minuto 2:01 di questo pezzo stride più di una forchetta strisciata su un piatto vuoto. Punto altissimo del pezzo!
Quindi. Arrivate saltellando al solito bar e con mossa danzante ordinate il caffè senza mai fermarvi, bevetelo muovendo l’anca e battendo il piede. I barista penserà che siete
pazzi (ma tanto con tutte quelle che vi ha visto fare in tutti questi lunedì probabilmente
lo pensa già da un po’ eh…).
Su le mani e ballate ogni tanto….che fa bene!
Stay tuned!

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!


Il Riff del Lunedì: Paper Bird – Blood and Bones

A Denver, Colorado, ci sono le montagne rocciose e d’inverno fa un freddo
biricchino: a scaldare le fredde giornate in questa metropoli al centro degli States ci
pensa questo sestetto, tre ragazzi e tre ragazze, che come nome si danno proprio
“uccellino di carta”, il quale idealmente sorvola le montagne, plana sulle sterminate
coltivazioni di grano dgli stati centrali e porta con sè il calore tipico della tradizione americana fatta di toni caldi e melodie avvolgenti.
Il loro primo EP esce nel 2007 subito seguito da un tour per tutto il paese che li porterà,
come moltre altre band Americane, a farsi le ossa su e giù per le infite Highways che attraversano in lungo e in largo gli USA.
E proprio il viaggio penetra nella loro musica attraverso le influenze che subiscono strada facendo, raccogliendo il blues e il Gospel dal sud, il soul e qualche nota jazzata dall’East-Coast,  e il folk dagli stati centrali. Su tutti non può comunque mancare la musica principe della tradizione americana: sua maestà il Country.
E allora giù di basso onnipresente e bello corposo, tris di voci femminili come headliner che si danno il cambio al timone oppure volano insieme a formare la spina dorsale del suono della band. Suono che attinge appieno dalla tradizione ma ne miscela i generi con
magistrale padronanza, andando dal nero profondo delle voci soul al bianco latte delle
voci tenui e lievi del pop più leggero senza mai stancare e tenendo i padiglioni auricolari appiccicati alle casse dello stereo!
A riprova di quello che dicevamo sopra, il sottotitolo di questo pezzo è The Road.
La strada, il percorso, il punto di partenza e di arrivo ma sopratutto il viaggio, le esperienze che facciamo durante la Strada: questo magnifico viaggio viene dipinto
in questa canzone che descrive in maniera dolce e calda il paesaggio tipico degli sterminati territori nord-americani con il fiume, il cielo, la città che non si ferma mai….proprio come metafora della vita: un viaggio infinito dove alla fine la vera forza sta nel sentirsi a casa ovunque.
“When your home Sweet home is everywhere you go”
Viaggio che serve a guardarsi dentro per capire che in fondo la vita può essere anche leggera se ci si guarda nel profondo per bene:
“But I’ll soon be knowin’
This old weight this alone this awesome side of me
And ohhhh (oh oh)
How sweet this life can be”
Il bel ricamo di chitarra blues che percorre tutto il brano sembra piazzato lì apposta
per farci accendere l’autoradio, sistemarci sul sedile, girare la chiave e partire…dove?
Non conta. Conta con chi e come.
Stamattina passate davanti al solito bar in cui vi fermate per prendere il solito
caffè ogni maledetto lunedì mattina….E tirate dritto! Alzate il volume su questo
bel pezzo e se volte mettete anche fuori dal finestrino il dito medio. Che il viaggio
di questa settimana abbia inizio! Good Luck Guys!
… e come diceva qualcuno di nota fama: On the Road Again…

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Il Riff del Lunedì: Wilco – Outtasite

Allacciate le cinture. Si decolla. Il pilota riceve dalla torre di controllo l’autorizzazione
ad alzarsi in volo e risponde “Wilco” che sta per will comply, un “ricevuto” che si usa proprio nelle procedure aeronautiche.
Siamo a Chicago nel bel mezzo degli anni 90 e dalle ceneri degli Uncle Tupelo
nascono i Wilco, segnati dalle fasi iniziali come gruppo alternative-country virano
successivamente le loro produzioni verso rock e sperimentazioni di vario genere.
Scrivono i loro testi ispirandosi ai classici della letteratura e seguendo il metodo
cadavre exquis dove i membri della band scrivono un verso a turno ma possono vedere solo il verso immediatamente precedente a quello da loro scritto e non tutta la
canzone…. Cosa ne esce? Fantasia pura ed un concentrato di esperienze di più persone
che si fondono in un’unico scritto.
Descrivere le influenze di questi giovini (ormai di una volta) in 9 album e vent’anni e passa di carriera finirebbe le righe di questo blog, comunque: dai Beatles ai Velvet Underground passando da Rolling Stones eTelevision…si pesca in pieno dai sixties e dai
primi settanta.
Le armi di questa più volte rimaneggiata (nei componenti) band sono le gibson tirate a
lucido, la batteria picchiata duro, il banjo, la lap-steel, il violino e qualsiasi altro
accidente che si possa suonare! Siamo di fronte ad un gruppo di Veri Musicisti!!
Lontano dagli occhi: il titolo la dice tutta su questo pezzo tiratissimo da inizio a fine in cui si narra la storia della fine di un amore e la reazione postuma di energia e ribellione
alla malinconia e alla tristezza che ne segnano comunque il dopo…
E allora:
“Outta mind outta site
Outta mind outta site
You don’t see me now
You don’t want to anyhow
Look out, here I come again and I’m bringing my friends
Look out, here I come again, I’m bringing my friends, o.k. alright o.k.
alright”
E’ facile non pensare più alla persona amata se è lontano dagli occhi e se stiamo
senza vederla, oppure come metafora del fatto che è facile non vedere se è giusto quello che abbiamo di fronte se non ci pensiamo...ma alla fine riusciamo davvero, anche se non l’abbiamo più davanti agli occhi, dimenticare un amore finito?La domanda del secolo!!…per alcuni probabilmente è davvero così o almeno c’è l’illusione che lo sia.
E allora partiamo con questo bel riff tirato fin dalle prime battute, con le chitarre
lasciate a briglia sciolta a far da padrone e la voce stridula e potente di Jeff Tweedy
a vomitare nel microfono tutta la rabbia e la ribellione ad un rifiuto sentimentale della
propria amata.
2minutie39secondi di adrenalina pura. Una pillola potente e dall’effetto immediato che
dà la carica che serve, accompagnata dal video con lo sky-dive che rende moooolto bene l’idea di fondo: Liberazione.
Ok, catapultatevi nel solito bar, bevete il caffè veloci e uscite senza guardare il barista in faccia…nemmeno per un secondo: Outta mind, Outta sight.
Ma ricordatevi prima di pagare sennò son c….i.
Stay Rock’n’Roll
Volume a palla almeno per questi 2:39 che poi tutta la giornata si viaggia al minimo.

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Il Riff del Lunedì: Edward Sharpe and The Magnetic Zeros – Home

Edward Sharpe non esiste. Edward Sharpe è un personaggio di un libro scritto dal cantante di questa band, Alex Ebert. Edward Sharpe, personaggio messianico, viene mandato sulla terra per salvare l’umanità ma poi si distrae con le donne, si innamora continuamente e non combina una mazza….
Siamo nel pieno ritorno della cultura hippie anni ’60 e ’70 in un rock/folk condito naturalmente da elementi di psichedelia e forte influenza Gospel….insomma manca
solo il pulmino Volkswagen Caravan e siamo a posto…. detto fatto: Alex e l’altra
cantante del gruppo, Jade Castrinos, prendono un bus e girano l’america in tour con
un bel mucchio di musicisti che formeranno l’ossatura della band che in alcuni momenti
arriva fino a 12 elementi.
Partono da Los Angeles nel 2007, girovagano tutti gli states con il loro bagaglio enorme
di strumenti musicali come il ronroco e il charango, il banjo e il mandolino che li accompagnano nel loro viaggio musicale tra mistica e spiritualità (il ronroco, che solo a dirlo si aggroviglia la lingua…, è un antico strumento popolare Andino usato come mezzo di corteggiamento).
Più che una band un collettivo; gli elementi si aggiungono o abbandonano a ritmo abbastanza frenetico ma la guida rimane sempre l’iconico Alex che guida i suoi attraverso ben 4 album dalle sonorità tipicamente folk accompagnate da cori gospel, percussioni e fiati.
Una bella festa in mezzo al prato, tanti amici, birra a fiumi, un po’ di fumini e si balla tutti abbracciati guardando il tramonto; veramente bravi ad alternare gli strumenti, a non essere mai banali e a miscelare suoni ed influenze così diversi pescando dal passato ma
mantenendosi tremendamente moderni!
Nel 2011 partono per un tour itinerante in treno con Mumford&Sons e Old Crow Medicine Show in cui registrano il Docufilm Big Easy Express…. Guardatelo, è veramente bello!!….c’è anche gratis su youtube.
Questo pezzo è un inno al viaggio e sopratutto al ritorno a casa, a dove le cose
rimangono, dove si ritorna dopo aver peregrinato per migliaia di miglia e si ha un po’ voglia di tornare, in sostanza dove ci sono gli affetti.
Intro con il fischio: no ma dico io, con 12 elementi e strumenti di ogni genere uno si inventa di partire con un fischio?!?!? Yess. Genio puro!
E si va avanti con banjo, piano, fiati, battimani e tamburelli in un crescendo pulsato
che fa battere il piede sotto al tavolo e mette voglia di correre fuori e abbracciare il primo che passa.
La storia di un viaggio di una vita che approda alla casa, casa intesa come punto di arrivo per 2 innamorati: ho viaggiato a lungo con te e ne abbiamo passate tante insieme che alla fine ci siamo innamorati: siamo arrivati a Casa.
“Well, holy moly me oh my
You’re the apple of my eye
Girl, I’ve never loved one like you
Man, oh, man, you’re my best friend
I scream it to the nothingness
There ain’t nothing that I need”
Bellissimo il dialogo tra i 2 innamorati che si parlano, descrivono quello che hanno intorno ma sanno bene che senza il loro amore nulla sarebbe come sembra ai loro occhi
innamorati.
Stupendo il parlato a metà del pezzo in cui le 2 voci si raccontano un buffo episodio e si confidano per la prima volta il loro amore: fresca e allegra questa canzone fatta per divertire, da dei ragazzi che a fare musica si divertono.
Fino alla conclusione: “Home is when I’m alone with you!”
Il Lunedì mattina, si sa, è duro per tutti (o quasi) e il solito bar in cui ci aspetta il primo
caffè della settimana è un po’ come Casa. All’uscita dal bar tiriamo un bel sospiro e avviamoci a questa settimana con un po’ di leggerezza fischiettando questo bel pezzo che, si spera, ci aiuterà a prendere un po’ più allegramente i giorni a venire.
Stay Tuned Guys!!
Volume alto come sempre!

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Il Riff del Lunedì: The Wallflowers – 6th Avenue Heartache

Quando di cognome fai Dylan, sei il quinto dei 5 figli del Bob menestrello
del rock, quando decidi che vuoi fare musica, la tua musica.
Un altro l’avrebbero rinchiuso in un manicomio e buttato la chiave: pazzo
se pensi di riuscire a scrivere qualcosa di diverso da tuo padre, pazzo se pensi che la critica musicale non ti distrugga al primo piede che metti fuori dalla porta.
Poi uno normale avrebbe detto: vabbè sono il figlio di Bob Dylan, evito il rock e mi butto, che so, sul Rap e speriamo che vada….No. Lui no. Rock classico. Come Papà.
Parliamo del gruppo losangelino dei Wallflowers, capitanato, manco a dirlo da Mr Jakob Dylan, che se ne fotte del suo cognome, si permette di non rispondere a domande su suo padre a tutte le interviste, fa un primo disco che è un flop ed un secondo che è un capolavoro. Il sangue, la strafottenza, l’ostinazione e il talento sono gli stessi del Babbo. Amen.
Si formano nel 1989, da Jakob e il suo amico di infanzia Tobi Miller (chitarra), nella città degli angeli e fanno gavetta al Kibitz Room, locale storico in West Hollywood dove hanno suonato tutti i più grandi.
Poesia, Highways dritte ed infinite, storie che dipingono l’america profonda, storie
comuni di sconfitte e vittorie.
Influenza del Boss e dei Clash di cui Jakob si innamorò fin da bambino compongono sound e testi di questa band rivelazione dei ’90, nonostante l’ingombrantissima eredità
di papà Bob.
Voce rovente, profonda, fatta apposta per arrivare fino in fondo all’anima quella di Dylan, sound che pesca a piene mani nel rock classico americano, strizzando l’occhio a folk e country.
Organo Hammond B3 come se piovesse, slide guitar, chitarra folk, basso e batteria
dal manuale del rock classico compongono il puzzle musicale del suono dei Wallflowers, creando il giusto tappeto sonoro per le storie dense, profonde e a volte dissacranti scritte dal nostro.
“Below me was a homeless man
I’m singin’ songs I knew complete
On the steps alone, his guitar in hand
It’s fifty years, stood where he stands”
Storia di un senzatetto che suona la sua chitarra proprio accanto alla porta
di ingresso della casa di Jakob, nella grande metropoli.
Uno in strada, uno 2 piani sopra accomunati dalla stessa via: la musica.
Stessa via ma due sorti molto diverse, stessa angoscia per quella città enorme, stessa passione, stesso peso del passato sulle spalle.
“Look out the window, down upon that street
And gone like a midnight was that man
But I see his six strings laid against that wall
And all his things, they all look so small
I got my fingers crossed on a shooting star
Just like me just moved on”
Un bel giorno l’homless non c’è più all’angolo, ha preso un’altra strada, è andato avanti,
un po’ come Jakob….i versi sono di una nitidezza abbagliante, la scena è tutta lì davanti:
“Guardo giù in strada dalla mia finestra e quell’uomo se n’è andato come la mezzanotte
ma ha lasciato la sua sei corde appoggiata al muro e tutte le sue cose….Ho messo le mie mani su una stella cadente, e come me è già andato avanti”. Poesia. E quando c’è la poesia il resto non conta, come disse Vasco un po’ di tempo fa a proposito di Generale di De Gregori.
Stamattina al solito bar fatevi dare un bel caffè nero e forte, che sappia di cose vere e sincere, che vi porti dentro la voglia di uscire dal bar e Just move on…guardate fuori
e se non vedete il vostro homeless con la sua chitarra fuori dalla porta del locale allora
è il momento davvero di andare avanti.
Stay Rock and Strong!
Al prossimo Lunedì. Buona settimana a tutti….col volume sempre sul rosso eh!!

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Il Riff del Lunedì: Travis – My Eyes

Da Glasgow, Scozia profonda, loro sono i papà dei vari Coldplay, Keane
e compagnia bella. Insieme agli Oasis hanno inventato quello che viene
comunemente detto Britpop moderno.
Si sono affacciati al mondo musicale nel 1990 dopo aver arruolato nella band, a suonare il basso, un loro amico, Douglas Payne, che il basso non lo aveva mai preso in mano….della serie ce la facciamo comunque a sfondare, anche senza il bassista….
non paghi hanno un chitarrista che si chiama come una marca di gomme: Dunlop!!!
Bingoooo! il gioco è fatto: Ladies and Gentlemen: The Travis.
In realtà il buon Douglas al basso impara in fretta e aggiunto alla sana follia british del
frontman “Fran” Healy li catapulta in fretta nel mondo mainstream trascinati dalla
mamma delle influenze per una band del Regno Unito: i Beatles.
Acustica che spesso si intreccia con pick-up elettrici dietro un pentagramma classico per una band d’oltremanica, non sono mai banali: echi del Duca Bianco e secondo me anche dei Queen ne fanno uno dei gruppi fondamentali degli ultimi 2 decenni.
Sono la faccia buona del rock inglese e questa song ne è la dimostrazione:
scritta per la nascita del figlio del frontman è un inno d’amore verso il nascituro.
“You’ve got my eyes
We can see, what you’ll be, you can’t disguise
And either way, I will pray, you will be wise
Pretty soon you will see the tears in my eyes”
Presto vedrai scorrere le lacrime nei miei occhi quando ti vedrò per la prima
volta….un inno d’amore per l’arrivo della nuova vita.
E quale ritornello migliore se non un
“Welcome in, Welcome in
Shame about the weather”
Benvenuto a questo mondo e scusa per il tempo che in Scozia fa quasi sempre schifo…..
Il video è uno spasso, e ironicamente segue la nascita della band come fosse quella
di un bambino, dalla corsa sbilenca in ospedale dei genitori all’assurdo scivolo
acquatico su cui la band scende fino alla nascita di fronte alla faccia stupita dei genitori.
Sound leggero leggero, chitarre acustiche, piano e ritornello elettrico. Mette allegria
appena ascoltata!
E allora questo lunedì, il sole alto e l’estate arrivata, festeggiamo la nascita di questa
settimana entrando nel solito bar chiedendo al solito barista di partorirci il migliore
caffè di quest’anno!
State allegri gente che per ingastrirsi c’è tutto il resto della settimana….
cuffiette nelle orecchie e camminare leggeri leggeri.

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!