Il Riff del Lunedì: Glen Hansard – Love Don’t Leave Me Waiting

Irlanda, Dublino, pioggia e vento, verde, blu scuro intenso, poesia. Eccolo
il dipinto su tela da cui nasce il nostro Glen, innaffiato di Guinness fin dalla
nascita, cresce bene e fa un mucchio di cose: da Busker per le vie della capitale
irlandese fino ad arrivare come attore nei Commitments di Alan Parker e ad un premio Oscar come miglior canzone nella colonna sonora di Once.
Più di così cosa volete? Ovvio, la sensibilità di un ottimo cantautore e, cosa più
importante, la fedeltà a se stessi che Hansard non ha mai abbandonato.
Il nostro eroe ha giurato amore eterno alla 6 corde con una preferenza per quelle
con cassa acustica e magari senza il jack collegato, lì dove il tocco conta, si sente
e non può essere confuso con artefatti elettrici, proprio là dove non ci si può
nascondere: dove c’è il folk e dove semina il suo futuro raccolto un cantautore.
La sua chitarra Glen la circonda con i mille colori del Pianoforte, degli Archi
e di una bella sezione ritmica sincera dove il basso gira dritto e preciso e dove
sulla batteria ci sono i tamburi e non degli elettrodi, tutta roba bella, fidatevi, da
chiudere gli occhi e viaggiare in mezzo alle mille storie che ci racconta, di tutti i giorni,
di tutti noi.
Questa canzone è un inno. Un inno alla voglia di vivere, ballare e guardare al futuro.
E’ anche un discorso fatto direttamente all’amore: “Ehi tu che ti chiami amore non farmi aspettare, non nasconderti e dimmi le cose come stanno, non aver paura, fatti
vedere.”
C’è il sole, è estate, fa caldo e anche la musica è calda, accogliente e fa venire voglia di muoversi, prima piano, poi sempre un po’ più veloce, come il ritmo che ricorda l’Africa e i Tropici: sono le cose semplici come quel ragazzino che a 13 anni ha abbandonato la
scuola e si è messo a suonare per le strade di Dublino.
Quando fa le interviste e gli chiedono delle sue influenze Glen risponde che a casa sua, quando era piccolo, sul piatto del giradischi veniva suonata solo la Santissima Trinità:
Van Morrison, Bob Dylan e Leonard Cohen. Fulminato dalla fede qundi…… 🙂
Si apre con un giro di basso sinuoso, molto African, per poi inserire subito rullante e
charleston sostenuti da cassa leggera. Il contorno lo fa un bell’organo, un po’ di fiati
e la chitarrina a supportare la voce calda e profonda del nostro irlandese dal capello
rosso come da tradizione.
Tutto in questo verso, concentrato come la pioggia che cade i giorni  d’estate sull’isola Verde:
“And love, don’t leave me waiting
Oh, love, don’t keep me
And love, don’t leave me guessing
Oh, love, don’t keep me
Show yourself, show yourself”
Semplice, diretta, schietta rischiesta all’amore di farsi trovare e di non farsi attendere.
E allora a sto barista benedetto stasera all’ora dell’aperitivo, perchè sarebbe già ora
dell’aperitivo, chiediamogli un vino schietto, sincero e deciso, che sappia un po’ di prati (come quelli sterminati irlandesi) e si possa gustare con davanti le persone che amiamo
e con cui l’amore non si è fatto aspettare o non si è nascosto.
Ok, è Venerdì. Non Lunedì.
Ma il Riff è sempre del Lunedì, anche se è Venerdì.
E allora beccatevi sto Riff del Lunedì che esce di Venerdì!
Alzate il volume al massimo, strizzate la rotella!!!! Su le braccia al cielo e lasciatevi, per l’amor del cielo, almeno una volta andare….e ballate se potete.
Stay Folk’n’Roll!!

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!

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Il Riff del Lunedì: Circa Waves – Fire That Burns

Se vi dico Liverpool, voi subito a cosa pensate? Chiaro: Liverpool>Musica>Beatles.
Ma poi anche i Reds del calcio, i Docks sul Mersey, il Cavern Club e la grande e bellissima cattedrale.
Ora, spuntare musicalmente rock da qui, nella seconda decade dei 2000, non è cosa
per niente semplice….in una città che vive di musica con un’ombra enorme sul proprio
cielo: I Fab Four.
Ma ecco invece i nostri Four (non ancora Fab…ma talento ne hanno da vendere) che hanno quella bella faccia da inglesi purosangue un po’ teppistelli disperati e un po’ figli
di papà, sempre in bilico tra inferno e paradiso, che è un po’ come il tempo in questo spicchio d’inghilterra: un minuto viene giù che Dio la manda, quello dopo spunta il sole.
Voce, due chitarre, un basso e una batteria, non serve altro, in fondo basta qualche legno, delle pelli, un po’ di metallo e tanta grinta per ritrovarsi a suonare nei più
importanti festival d’oltremanica tra cui Glastonbury e T in the Park, del buon
sano, spinto, brit e tosto Rock.
Curiosa l’origine del nome assolutamente casuale: il cantante registra la demo del loro primo singolo e fa l’upload del pezzo su SoundCloud che nei campi obbligatori per pubblicare il pezzo gli chiede il nome della band non ancora pensato. In mezzo secondo Kieran spara fuori Circa Waves….il resto è storia.
Influenze?  2 su tutti: The Killers e Queens Of The Stone Age, ma c’è anche parecchio sound d’oltreoceano nel loro DNA, insomma un bel mix che sta moooolto stretto
alla definizione di classica band britannica. (parere personalissimo: io in questo singolo
ci sento anche un po’ di Blur….sarò diventato matto a forza di scrivere di musica?!?!?)
Si parte pestando, poi il mare di suono si quieta accompagnando la voce del nostro
bravo Kieran con piano e bassone in un bel verso teso e anche un po’ inquietante.
Ad un certo punto la svolta, entra la chitarra elettrica con un riff ipnotico e ripetitivo che regge il ritornello, qui il pezzo si srotola sotto ai piedi di chi ascolta.
Tanta roba buona! E si parteeee…su e giù la testa a seguire il manico e ginocchia piegate, niente paura ma tenetevi forte eh…
Avete presente quando si accende una scintilla? in una frazione di secondo si passa
dallo stato inerte al fuoco e proprio così, ci spiega il nostro sognwriter, si comportano alcune storie d’amore che mostrano anche il lato “oscuro” dell’amore, quello che brucia.
“You call me a liar
You call me so innocent
But you lit the fire
You lit the fire that burns”
Dici che sono un bugiardo e un innocente ma tu hai acceso il fuoco che brucia….
e adesso come lo spegnamo? il sottinteso rimanente….
“Take a peek, oh take a peek
I’m standing tall
To try and see the final spark
Of you and me my love”
Sto dritto in piedi, mi allungo per vedere la scintilla finale del nostro amore che brucia.
Il lato oscuro e tormentato di un amore vissuto fino all’ultima fiamma, dove ci si
prende, ci si lascia e ci si riprende e tutte le volte la scintilla torna a bruciare.
Omaggio al Giallo italiano nel video, dove si inscena un delitto a sfondo horror e dove
traspare chiaramente l’ispiranzione al nostro Dario Argento nazionale.
Stamattina entrando nel solito bar, chiedete all’amico barista, il caffè più scuro e bollente che può fare…..perchè a volte bisogna scoperchiare i lati nascosti e meno evidenti per far uscire la verità e liberarla.
Stay Strong and riding the Waves (Circa).

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Il Riff del Lunedì: Spoon – The Underdog

Austin, Texas. A poche centinaia di miglia dal messico, nel triangolo
d’oro del Petrolio Americano con San Antonio e Houston.
Direte voi: che band può uscire da un posto del genere, dove tutti vanno in giro
con un cappello da cow-boy e i camperos?
Beh qui parliamo di un gruppo che nasce nel 1993, quindi non proprio
di primo pelo, nel bel mezzo della patria del county e con prima
opzione musicale ed artistica proprio questa.
I nostri invece decidono di fare l’esatto contrario, vanno dalla parte
opposta alla musica tradizionale andando verso il prog-rock, l’indie e l’alternative
mischiando suoni, miscelando continuamente ritmi e voce, insomma proprio
non ci stanno a conformarsi al loro ambiente di nascita, anche se qualche refolo di vento dall’altopiano del Messico arriva nelle loro corde dimostrato dall’uso frequente
dei fiati.
Chitarre ritmiche, voce rugosa e particolarissima, una sezione ritmica muscolosa,
le trombe ed i tromboni che soffiano via la paura: è praticamente impossibile
catalogarli dentro ad un unico genere o stile, rimangono una delle band veramente
libere ancora in circolazione nel panorama musicale mondiale. Con un seguito
mostruoso. e con influenze chiare e ben note, su tutte Pixies, Wire e Kinks;
tutte band che hanno fatto della gavetta e delle esibizioni dal vivo il loro
cavallo di battaglia.
Quindi si parte! con un bel fiume di chitarra acustica e timpano, seguiti a ruota
dai fiati che fanno da preludio all’ingresso della voce roca e ammaliante del buon Britt Daniel dietro al microfono.
Ritmo sostenuto, il basso che ricama sotto, cambi di tonalità e battuta non fanno di certo annoiare chi ascolta: bello vivace questo singolo che con il testo punta il dito, dritto dritto, verso un certo tipo di establishment (probabilmente sopratutto musicale):
Sei sicuro di te, hai già la tua foto da vincente, nulla è impossibile o irraggiungibile, semplicemente quello che non capisci non ti importa:
“You got no time for the messenger
Got no regard for the thing that you don’t understand
You got no fear of the underdog
That’s why you will not survive”
….e non hai paura del perdente (o di quello che consideri tale) ed è proprio per questo che non sopravviverai!
Rimani sulle tue posizioni e fuggi dalla definizione di uomo medio, in un mondo in cui
c’è tanto da imparare e capire non ne vuoi sapere, non arretri di un millimetro:
“Uh-huh ‘cause you don’t talk to the water boy
And there’s so much you could learn but you don’t want to know
You will not back up an inch ever
That’s why you will not survive”
Ed è proprio per questo che non sopravviverai. Perchè non prendi nemmeno in considerazione la sconfitta. Che prima o poi arriverà. E non saprai come affrontarla.
Il manifesto contro un certo tipo di cultura arrogante, legata al soldo, cieca e ottusa.
Uno schiaffo con il sorriso sulle labbra, probabilmente rivolto a tutta l’industria
musicale americana.
E allora oggi pomeriggio per il thè delle cinque entrate al solito
bar col sorriso beffardo e chiedete un bell’infuso al bergamotto, classico
per i perdenti (Underdog), e dite al barista che la bevanda non fa il bevitore, che poi
stasera un bel whiskey secco non ve lo toglie nessuno!!
Stay Rock and Free!

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Il Riff del Lunedì: Saint Jude – Soul on Fire

Energia, Fuoco, Potenza, Ballo, Anima e Corpo. Queste le parole che vengono
in mente subito dopo le prime 10 note del quintetto proveniente da quella Londra
che ha rappresentato, per lunghissimo tempo, la culla della musica nel mondo,
con buona pace dei fratellastri d’oltreoceano.
Il fuoco del Blues e del Soul scorre nelle vene di questa band, formatasi a cavallo
del 2K10 nella capitale inglese invasa dall’ascesa della scena dubstep e grime, oltre al soul d’autore (un po’ troppo commerciale…) alla Adele.
Mentre Amy Winehouse mieteva successi e critiche feroci per le sue esibizioni
“caracollanti” si affaccia alla scena locale questo gruppo di ragazzi con la propensione al power rock, al blues d’autore e con la frontman dalla voce spiccatamente soul.
E che voce! Allman Brothers e Black Crows le influenze più udibili, ovvero reparto ritmico con batteria e bassone corposo che spingono la locomotiva lanciata a 100 miglia orarie sulla via ferrata e organo Hammond che fa da carburante dentro la caldaia a vapore, ma su tutti la voce potentissima, rauca, corposa di Lynne Jackaman che può tranquillamente essere paragonata  a nomi del calibro di Janis Joplin o Tina Turner.
Vietato fermarsi, vietato stare fermi, anche i fiati nelle retrovie ve lo dicono:
che la festa abbia inizio e guai a chi non salta e balla!!
E poi tanta tanta Fender, Telecaster per gli amici, che squarcia il suono in stile southern e con forti accenti funky, oltre ovviamente a papà Blues che non manca mai: se n’è accorto anche lo “Zio” Ron Wood (per chi non lo sapesse l’estensione sinistra di Mik
Jagger sul palco dei Rolling Stones…) che in una fredda serata del Gennaio 2010 si presenta alla porta del 100 Club di Londra ma non suona il campanello, no, suona la
chitarra con loro. Detto niente….
Lo stesso fuoco che la band mette nel suonare il pezzo possiede la ragazza
descritta nel testo:
“Dressed to the nines, drinking cheap wine
it feels so good she does it all the time.
Ruby red lips, stained finger tips
Nothing else matters when she’s shaking her hips”
Potrebbe essere tranquillamente la descrizione di uno spettatore a bordo
pista che vede ballare e scatenarsi questa forza della natura: un inno alla libertà
dell’universo femminile.
Poi però dopo la festa da sballo l’amaro risveglio con la cruda verità:
il fuoco dell’anima ha anche il potere di bruciare e non lasciare tracce:
“Waking up late, place in a state
doesn’t even have a name to put to his face
Barely sixteen, oh, what she’s seen
So many lies she don’t know what to believe”
Hai fatto talmente tanto casino che non sai nemmeno chi sei o dove ti trovi.
“She doesn’t remember a thing
Doesn’t even know with who or where she’s been”
Su le mani, è tempo di un buon vecchio sano, diretto, schietto Rock-Blues condito
con soul e funky: cioè quello che più ci piace…che la roba trista la lasciamo agli altri.
Allora stasera per l’aperitivo entrate nel baretto solito con piglio festaiolo e ordinate
un bel Negroni sbagliato così cominciamo subito a far festa che a star loffi (altro
bolognesismo….consentitemelo) c’è sempre tempo.
Poi chiedete se potete collegare il vostro telefono all’impianto del locale, mettete su questo bel pezzo direttamente dalla pagina del Riff del Lunedì e…chissà, magari qualcuno che batte il piede e ancheggia lo vedrete pure! Che la festa abbia inizio!
Stay Super-Strong!

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Il Riff del Lunedì: Phoenix – Rome

Ebbene sì, guardando il nome verrebbe da dire: una band americana
della città dell’Arizona….invece….ebbene sì, a sto giro mi tocca scrivere
degli amati/odiati cugini d’oltralpe. I Phoenix sono Francesi, di Chesnay
che dista 500 metri da Versailles proprio appena fuori Parigi.
Primi anni ’90 in una Parigi che ribolle e sforna in poco meno di 5
anni gente come Mano Negra, Daft Punk e AIR. Hai detto niente…..gente
che Rivoluziona, prende la musica per la giacchetta e la tira, la plasma e ne fa propria
l’essenza: sperimentazione si chiama, e dalla sperimentazione sono sempre nate
cose bellissime.
E’ in questo spicchio di storia che nascono i Phoenix, anche se riescono a sfornare il
primo CD solo nel 2000, hanno il DNA intriso di quell’urgenza di comunicare che in quegli anni in Europa veniva rappresentata proprio dai ragazzi dei sobborghi parigini.
Comunicazione che, contrariamente a tutti, avviene in lingua Inglese e non in Francese, quando proprio in quel periodo tutta la musica proveniente da oltre confine era in
lingua madre.
La strada tra Parigi e Versailles è dritta, attraversa i sobborghi della capitale tra tunnel
e luci che hanno un proprio ritmo fatto di cemento e degrado, proprio questo ritmo i Phoenix hanno messo nella loro musica dopo 4 anni passati in un garage a studiarne il suono che volevano.
Il gruppo risponde alla mancanza di riferimenti e certezze degli anni 2000, dove li mondo è sempre connesso e raggiungibile ma la distanza tra le persone si accuisce,
non con rabbia ma con straniamento ed elegante strafottenza.
Siamo al limite tra dance, rock, pop e psichedelia in cui il tutto si mischia ad una graffiante lucidità nel momento in cui il frontman Thomas Mars sussurra nel microfono:
“Static silhouette somehow
Single in his bed someday
Quiet til he fall fall falls”
Siamo soli, solo nostre foto scattate in qualche parte del mondo, ferme immobili
a testimoniare che stiamo sbagliando tutto.
Un’estate di vacanza a Roma, un amore tormentato e la lucida convinzione
di dover vivere comunque il momento:
“Rome Rome Rome Rome
Focus looking forward the coliseum
Oh no what did I say
What can I say
Rome Rome many tears have fallen here
I’ll be driving you look the other way”
La lirica è veramente bella, il paragone tra la caduta dell’impero
Romano e la fine della relazione è forte, fortissima.
Tutto il testo è tenuto su di peso dalla melodia decisa e graffiante, con tratti
agrodolci, che dipinge perfettamente una vista di Roma al tramonto, malinconica
e trafitta dalla fine che si è ormai consumata.
Chapeau. Il riff di chitarra in apertura è da applausi spellamani! Se possibile ascoltate
questa canzone di sera, distesi su un prato con il naso all’insù a guardare le stelle…
Quindi stamattina, anche se è Martedì e non Lunedì, avvicinatevi al bancone
con eleganza, e rivolti al barista: “Bonjour Monsieur, un café s’il vous plaît.
Et Voilà! Se tutto va bene però anzichè un espresso vi verrà servito un bel caffè lungo
lungo dentro un tazzone enorme come solo i cuginastri francesi sanno fare… quindi
occhio!
Stay Strong! Al prossimo Lunedì!

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Il Riff del Lunedì: Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – I Need Never Get Old

Oggi tenetevi stretti! Ma mooolto stretti! Allacciatevi tutte le cinture che avete…
Questo signore dal barbone folto e dalla faccia buffa arriva dal Missuori, in mezzo alla
campagna americana dove batte il cuore forte e genuino degli States.
Il Nostro nasce in quelle comunità rurali dove la tradizione del Folk, del Soul e del R&B si sente dall’aria che si respira, poi teenager si trasferisce un po’ più a Ovest a Denver, Colorado, come missionario per la chiesa locale e lì, nella terra delle montagne rocciose, inizia il suo viaggio.
Insomma sacro e profano si mischiano, la musica è quella dei grandi padri che hanno
fatto grande l’america: da Sam Cooke a Wilson Picket fino a Otis Redding e la spinta
la da la band, The Night Sweats, che va avanti come un carroarmato, inarrestabile
nel suo ritmo poderoso e coinvolgente: se rimanete fermi senza ballare qualche
problema l’avete sicuro.
Passione, sudore, ritmo ma sopratutto ENERGIA, quella che oggi manca a molti
gruppi emergenti, questa la ricetta della nostra band che suona come una magnifica
ensemble di percussioni, fiati, strumenti a corda, a sostenere una delle voci più ruvide,
calde, profonde affacciatesi nel panorama musicale degli ultimi anni.
Ma sopratutto questi signori possiedono tanta sana ironia e voglia di divertirsi, senza
prendersi troppo sul serio…. il gioco è fatto: nel Giugno del 2015 per la Stax Records, storica etichetta anni 50 che ha prodotto i capolavori dei più grandi artisti del tempo per quanto riguarda Soul e R&B, esce il disco omonimo ” Nathaniel Rateliff & The Night Sweats”. Ascoltatelo, fidatevi, è un signor disco.
Il protagonista del nostro pezzo è in macchina sopra una drittissima highway che
attraversa gli sconfinati territori d’oltreoceano, ha il braccio fuori dal finestrino e
l’aria che gli scompiglia i capelli e ricorda….ricorda con ironia un amore finito, di cui
sa già che dovrà mettersi il cuore in pace pensando che in fondo è giovane dentro e
non ha bisogno di lagnarsi o di sentirsi vecchio perchè ha ancora tanta vita davanti
e quello che è stato è già passato:
“I needed to try
I needed to fall
I needed your love I’m burning away
I need never get old”
Descrizione perfetta di tutte le parole che si spendono a vuoto in un amore
un po’ travagliato:
“Taking our time
Ah just standing in the rain
Meaning what you said ah and mean it to me
All of these lies
Oh and never again
Come on and say it now, say it’s a game”
Preniditi pure il tuo tempo, mentre io aspetto sotto la pioggia, per capire cosa hai
detto…che poi lo spieghi anche a me eh… Dimmi che è un gioco, perchè non può essere altro dopo tutto questo.
Grida e canta scanzonato ad alta voce il nostro eroe, cercando di non prendere troppo
sul serio il passato, e ci riesce veramente bene.
Il video è uno spasso, il pezzo non fi farà star seduti nemmeno per un secondo. Giù il cappello del cowboy e su i tacchi per questi signori dell’america profonda che hanno
saputo prendere il passato, frullarlo e farne una miscela esplosiva e divertente.
Li ho visti dal vivo come gruppo spalla di Mumford&Sons a Milano: colpo di fulmine, è stato amore a prima vista e si ballava come matti….live sono ancora meglio!!
Entrate nel solito bar col sorriso stampato in faccia, il piede che batte sotto il bancone
e chiedete al barista un bel caffè con panna e cioccolata sopra, che la vita è già
abbastanza loffia (bolognesismo…) e non c’è bisogno di essere anche tristi.
Stay Rithm&Blues!!

E qui la playlist del Riff del Lunedì…..che si riempirà tutti….I Lunedì!